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sabato 16 agosto 2014

"L'esperto risponde" - marzo 2011

L’ESPERTO RISPONDE - tratto da "Millionaire" - marzo 2011 - di Luca Fumagalli

Luca Fumagalli
1-  Volendo intraprendere un'attività in franchising, come posso sapere se il franchisor è affidabile a livello di bilancio? A chi mi posso rivolgere per fare in modo di avere una valutazione del franchisor a livello di solidità patrimoniale ecc. ? Inoltre, dato che non voglio fidarmi ciecamente di tutte le "carte" da firmare per avviare l'attività, chi mi può assistere in questo?
Massimo Colombo


Caro Lettore, per la legge italiana sulla affiliazione commerciale ogni franchisor è tenuto a fornire il
proprio bilancio alla semplice richiesta di un candidato. La prima avvertenza è dunque quella di scartare immediatamente un franchisor che non intenda ottemperare a questo obbligo di legge oppure tenti in qualche modo di aggirarlo.
Questa norma è particolarmente importante nel caso di quelle aziende affilianti piccole o semplicemente più “giovani” che, essendo costituite sotto forma di ditta individuale o di società di persone, non sono tenute a rendere pubblici i loro bilanci.   
Dal momento che le aziende franchisor  sono di solito società di capitali, ovvero a responsabilità limitata o per azioni, i bilanci sono generalmente di pubblico dominio.
Nel caso Lei volesse evitare di interpellare ciascun franchisor , magari per non esporsi subito e personalmente come candidato, potrebbe richiederli tramite una visura camerale che può ottenere direttamente presso le Camere di Commercio, oppure far effettuare al suo commercialista.
Quest’ultimo, se in possesso di una conoscenza specialistica in materia di franchising, potrebbe   anche aiutarla a leggere i bilanci per valutare meglio la solidità patrimoniale del franchisor ma soprattutto per riscontrare la reale consistenza del progetto franchising.
Facciamo un esempio. Se una azienda dichiara di avere cento affiliati e afferma di fornire loro una solida formazione ed un eccellente affiancamento continuativo, alla voce “compensi” si dovrebbe trovare indicazione di almeno 5 dipendenti/ collaboratori qualificati, nei ruoli di training manager, responsabile franchising, responsabile area franchising.
Allo stesso modo si potrebbe cercare riscontro nei bilanci di tutte le affermazioni riguardanti l’andamento della rete, le marginalità sui prodotti, i costi effettivi dei servizi prestati agli affiliati.
Tuttavia i bilanci non sono che uno dei tanti elementi oggettivi per la valutazione di un franchisor e del suo progetto franchising.
Un consulente esperto in materia può trarre preziose indicazioni da tutti i documenti e le informazioni rilasciate da un franchisor, siano esse pubblicate sul sito aziendale e sui vari media, oppure fornite direttamente al candidato nelle varie fasi del percorso di informazione preliminare all’affiliazione.
Le “carte”, come le definisce il lettore, vanno prima di tutto lette e comprese attentamente.
Oltre al contratto e ad eventuali pre-contratti, va verificata la presenza e la corretta compilazione di tutte le informazioni preliminari richieste dalla legge italiana sulla affiliazione commerciale.
Solo grazie ad esse ogni candidato è messo nella condizione di valutare correttamente diritti, doveri, oneri e onori connessi alla sottoscrizione di un contratto di franchising.
Per questo genere di analisi e’ importante affidarsi solo ed esclusivamente a consulenti, commercialisti o avvocati che siano in grado di dimostrare una conoscenza approfondita della formula attraverso referenze e riscontri. Non è detto infatti che un consulente aziendale, un commercialista o un avvocato, solo per la loro qualifica, possano fornire un aiuto competente in questa materia, così specialistica e ancora sufficientemente innovativa.
I veri esperti in ambito di franchising sono di solito iscritti alle associazioni del franchising, negli appositi albi, che il lettore potrà facilmente consultare tramite internet.

2- Come e quanto può aiutarmi l’affiliante a promuovere la mia attività in franchising?

Serena Fusco, Bologna

In materia di comunicazione e pubblicità ogni franchisor definisce una propria linea di condotta, in base al settore di appartenenza, alla caratteristiche del progetto, al know how acquisito. A questa domanda dovrebbe quindi rispondere dettagliatamente il contratto di franchising che è stato sottoscritto tra le parti. Esso dovrebbe specificare cosa l’affiliante è disposto a fare (solitamente almeno l’ attività di promozione istituzionale del marchio) e cosa l’affiliato è tenuto a fare (in genere l’ attività di promozione locale). Nei manuali operativi e nel percorso di formazione l’affiliato dovrebbe invece apprendere le modalità, i mezzi e le caratteristiche di tutte le attività di promozione tipiche di quella specifica franchise, aspetti questi che sono parte integrante e sostanziale del know-how di ogni singolo progetto.

3- Come fa un franchisor a tutelare il proprio marchio da utilizzi scorretti da parte degli affiliati?
Alice Roncagli, Venezia

In genere il contratto di affiliazione ha numerose clausole dedicate al corretto uso del marchio che, come si sa, rappresenta uno degli elementi cardine del rapporto tra affiliante e affiliato. La maggior parte delle disposizioni relative al marchio e al suo adeguato utilizzo si trovano solitamente negli appositi capitoli dei manuali operativi, che fungono dunque da standard di riferimento. Gli eventuali usi scorretti del marchio possono essere  segnalati dai clienti finali, da altri affiliati e ma soprattutto dai responsabili area del franchisor o da incaricati esterni, attraverso mirati controlli o ispezioni. Nei casi più gravi gli scorretti usi del marchio, se reiterati dopo la messa in mora, possono portare alla risoluzione anticipata del contratto per inadempimento e/o alla conseguente richiesta di penali o di altre somme a risarcimento dei danni subiti sia dal franchisor che da tutti gli altri affiliati.

giovedì 14 agosto 2014

"L'esperto risponde" - gennaio 2011

L’ESPERTO RISPONDE - tratto da "Millionaire" - gennaio 2011 - di Luca Fumagalli

Luca Fumagalli
1- Mi sono avvicinato oggi al franchising per la prima volta, cercando una attività adatta alle mie caratteristiche. Ho preso qualche informazione da diverse aziende in settori differenti e ho constatato che ognuno fa e dice un po’ quello che vuole, sia in termini  di approccio che di documentazione informativa. Mi sono trovato veramente spaesato. Ma non c’è una legge che preveda un modo comune di comportarsi?

Eugenio Tozzi

Una legge c’è, eccome!  E’ quella del 6 maggio 2004, n. 129 e regola in modo chiaro, semplice e inequivocabile la materia. Il testo spiega esattamente quali sono le informazioni che  l’Affiliante è tenuto a fornire all’Affiliato prima della firma di un contratto di affiliazione. Ma non basta. In termini di informativa preliminare, oltre alle disposizioni di legge, il franchising può vantare una prassi ormai consolidata a livello internazionale, grazie a oltre mezzo secolo di applicazione intensiva. In tutto il mondo i franchisor si propongono con materiali di marketing, tecniche di recruiting  e documentazioni informative comuni.  Il lettore ha purtroppo ragione quando avverte una certa “anarchia” da parte delle aziende italiane che si propongono sul mercato con questa formula. Troppi progetti sono ancora oggi realizzati con sistemi “fai da té”, da persone prive di conoscenze specialistiche in questa disciplina e senza l’ausilio di consulenti veramente esperti nella materia. Il risultato è, come minimo, quello di ingenerare confusione in chi si avvicina al mondo del franchising. Più spesso i danni che provoca questo approccio “dilettantesco” da parte di parecchi aspiranti franchisor sono ben più gravi. I primi a subirne le conseguenze sono gli affiliati, che affrontano la collaborazione con il franchisor poco informati e non sufficientemente consapevoli dei diritti e dei doveri derivanti da un contratto di affiliazione. Il risultato è, troppo spesso, che il rapporto di affiliazione risulti compromesso già nelle premesse o che rischi di precipitare rapidamente nel contenzioso. Dalla parte dei franchisor, le conseguenze sono ancora più devastanti. In Italia il tasso di mortalità delle reti di franchising è altissimo. Negli ultimi venti anni si sono affacciati sul mercato almeno un paio di migliaia di progetti. Di questi solo poche centinaia possono vantare un buon livello di consolidamento. Centinaia di altri marchi sono apparsi e scomparsi nel giro di pochi anni o addirittura pochi mesi come meteore, non senza aver lasciato lunghe scie di affiliati delusi, penalizzati economicamente, privati di una speranza di riuscita imprenditoriale e assolutamente sfiduciati nei confronti del franchising. Insomma, c’è ancora molto da fare per diffondere una cultura specialistica di questa disciplina …

-2 Ho avviato da poco più di un anno una attività in franchising, ma solo assolutamente scontento di quanto mi è stato offerto dal mio franchisor. La formazione iniziale è stata deludente, sono poco assistito, i risultati tardano ad arrivare. Come posso liberarmi dal contratto di affiliazione per proseguire da solo?  

Bruno Atzori

Se nei fatti il franchisor non ha fornito in quantità o in qualità quanto promesso contrattualmente dovrebbe essere facile per un avvocato da lei nominato, esperto in materia, contestare le inadempienze e scioglierla da ogni vincolo nei confronti dell’affiliante, magari ottenendo un risarcimento dei danni. Mi sorge un dubbio: ma se i risultati tardano ad arrivare e l’ attività non funziona, come mai lei vuole proseguire per conto suo?

3- Ho letto da poco, con il mio commercialista, un contratto di affiliazione. Entrambi lo troviamo molto sbilanciato dalla parte dell’affiliante. A questo commento l’azienda ha risposto che il contratto è stato approvato dall’Associazione Italiana del Franchising. Alla richiesta del mio commercialista di modificarlo parzialmente, ma in modo sostanziale, l’azienda affiliante ha opposto un secco rifiuto. Come devo interpretare questo segnale?
Alessandra Procaccini

 “Lamentele” come questa, sul presunto disequilibro del contratto di franchising, provengono di solito da non addetti ai lavori. Un contratto approvato dalla Associazione Italiana del Franchising rispetta le leggi vigenti e la prassi del settore. Una richiesta di modifiche da parte di un professionista non può dunque riguardare aspetti sostanziali del contratto ma modeste personalizzazioni, sempre se giustificate da situazioni particolari, o piccole modifiche nella forma, magari a chiarimento di passaggi o di clausole. Guarderei con sospetto ad azienda affiliante che fosse disposta a lasciar riscrivere sostanziali parti del contratto al commercialista di un candidato. E’ del tutto logico che l’azienda si sia opposta. Non c’è alcun motivo per creare disequilibri tra gli affiliati concedendo differenziazioni al contratto, a seconda della maggiore o minore arrendevolezza del candidato affiliato o del suo consulente.


"L'esperto risponde" - dicembre 2010

L’ESPERTO RISPONDE - tratto da "Millionaire" - dicembre 2010 - di Luca Fumagalli

Luca Fumagalli
1-Volevo avere un vostro parere per un franchising che ho contattato e che a me sembra valido. Vorrei aprire un negozio di casalinghi e liste nozze e ho trovato un marchio che ha diversi negozi nella mia regione ma si sta ingrandendo sempre di più. Vi chiedevo, visto che nel vostro sito questo tipo di franchising non è menzionato, se potevate darmi una opinione. Premetto che ho sentito anche un altro marchio molto più noto, ma per partire pretende circa 100 mila euro e non ho così tanti soldi. Il marchio meno noto chiede 15.000 di fidejussione  e 15/18000 € tra allestimento e merce, e poi non chiede royalties. Il magazzino principale lo gestisce l’azienda e così il negozio può tenere meno merce, solo l’indispensabile. Il resto, per non pesare sui costi, si ordina e la consegna arriva dopo pochi giorni …

Lettera Firmata

Non potendo entrare in questa sede nel merito delle singole iniziative con opinioni o analisi dirette, ci limitiamo a fornire qualche indicazione generale. Se un marchio non è menzionato nel nostro sito, conviene cercarne traccia in tutti i possibili canali di informazione (riviste e portali specializzati, fiere, annuari, guide ed elenchi di franchisor operativi…). Può darsi che sia nuovo sul mercato, il che non è necessariamente un elemento negativo, ma comunque un aspetto da tenere in considerazione con tutti i suoi pro e i suoi contro. Proprio per questo motivo consiglieremmo di non azzardare confronti tra le condizioni economiche offerte da franchise molto diverse tra loro sia in termini di notorietà, che di know-how che di consolidamento del progetto. Un marchio noto ha certamente dalla sua il valore aggiunto della riconoscibilità e del’apprezzamento dei consumatori. Questo valore si costruisce nel tempo attraverso investimenti pubblicitari e la soddisfazione delle propria clientela: con il diritto d’entrata si “paga” per prima cosa questo valore. Se la rete è operativa da tempo con successo, il franchisor vanta un know-how più consolidato, che verrà a sua volta valorizzato nel diritto d’entrata. Know-how significa “sapere come” far funzionare l’attività: è l’insieme di un concept sperimentato (un modo sicuro di impostare l’attività), di modalità operative, di metodi, di prodotti o servizi vincenti, di marchi e segni distintivi azzeccati, di sistemi di marketing vincenti. Il franchisor presumibilmente sarà anche più esperto nel trasferire questo know-how attraverso la formazione e i manuali operativi. Infine, è più probabile che questa esperienza sia in grado di generare la soddisfazione, economica e non, degli affiliati. Tutto ciò premesso, i franchisor meno noti possono comunque rappresentare una alternativa valida, a patto che siano in grado di proporre le condizioni di base per l’affiliazione. In particolare, ci deve essere un modello di business sperimentato e di successo, una organizzazione capace di fornire adeguata formazione e assistenza, nonché sistemi di marketing in grado di generare business per l’affiliato. Questi pro, accompagnati magari da condizioni contrattuali più vantaggiose, possono talvolta compensare i contro rispetto a franchise già affermate. Bisogna essere consapevoli, in ogni caso, che ai maggiori costi di una franchise di successo corrispondono generalmente minori rischi e che, viceversa, alle migliori condizioni economiche delle franchise emergenti o meno note, corrispondono tendenzialmente maggiori rischi.

-2 Leggo con particolare interesse la vostra rivista da un paio di mesi...la trovo molto interessante e completa. La parte più interessante per me è quella che riguarda il franchising poiché è mia intenzione aprire un punto vendita affiliandomi ad un noto marchio di abbigliamento. Dovendo sostenere un investimento iniziale importante, vorrei chiedere all'esperto se ci sono finanziamenti agevolati per avviare un'attività in franchising e dove potrei trovarli. 
MATTEO TARTARINI


Purtroppo il panorama italiano sul versante dei finanziamenti mirati al franchising non è dei più incoraggianti. Si segnalano iniziative pubbliche come quella di Invitalia, ex- Sviluppo Italia, che tuttavia riguarda un gruppo piuttosto ristretto di franchisor accreditati. Il meccanismo non è di immediata accessibilità né per i franchisor né per gli aspiranti franchisee. Nel caso in cui  il marchio noto che lei è intenzionato a scegliere faccia già parte degli accreditati, si apre qualche spiraglio in più. In caso contrario, bisogna tentare la strada dei più generici finanziamenti pubblici o dei sostegni per le neo-imprese, che spesso hanno carattere locale. A livello di banche qualche gruppo si è timidamente mosso verso il settore, citiamo ad esempio Unicredit e Bnl Paribas, ma rimane un divario evidente tra la domanda di supporti finanziari al franchising e l’offerta attuale.
 
 3-Meglio iniziare soli o con soci o dipendenti?
Mara Martelli

Dipende ovviamente dalla franchise che si sceglie. Tendenzialmente si cerca di avviare l’attività con il minor numero possibile di dipendenti, magari impegnandosi in prima persona e a tempo pieno. Per quanto riguarda i soci, si tratta di capire quali sono i vantaggi, dato che le controindicazioni di un sodalizio d’affari sono a tutti note. In qualche caso lo si fa con l’intento di suddividere gli impegni economici e i rischi. In qualche altro di mettere in gioco differenti competenze o attitudini, oppure di utilizzare risorse umane più motivate e coinvolte nell’attività rispetto a dipendenti.  Consiglieremmo di fare questo passo solo se realmente indispensabile e tra persone di provata intesa.



"L'esperto risponde" - novembre 2010

L’ESPERTO RISPONDE - tratto da "Millionaire" - novembre 2010 - di Luca Fumagalli

Luca Fumagalli
1-Sono una vostra lettrice da anni, e ritengo che siate una rivista completa, per chi, come me, parte dall'abc per avvicinarsi al mondo del franchising, e non.
Nella ricerca di un franchising idoneo alle esigenze della mia città, e alle mie, ne ho individuato uno che mi ha proposto non un contratto di affiliazione ma un contratto di "collaborazione commerciale", in cui sono menzionati una serie di diritti e doveri tipici però di un contratto di affiliazione. Ma allora, dov'è la vera differenza?
Ilenia Russo


Ha ragione lei, cara lettrice. Non c’è nessuna differenza pratica tra un contratto con l’intestazione   “ Collaborazione commerciale”  e uno con scritto “ Affiliazione commerciale” oppure “Franchising”.   Il testo della legge  "Norme per la disciplina dell’affiliazione commerciale", del 6 maggio 2004, n.129, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 120 del 24 maggio 2004 recita espressamente : “L’affiliazione commerciale (franchising) è il contratto, comunque denominato, fra due soggetti giuridici, economicamente e giuridicamente indipendenti, in base al quale una parte concede la disponibilità all’altra, verso corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, denominazioni commerciali, insegne, modelli di utilità, disegni, diritti di autore, know-how, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale, inserendo l’affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi “. Ne deriva che scrivere ” Collaborazione Commerciale”  nell’intestazione del contratto non esenta l’azienda proponente dal sottostare alle norme caratteristiche della legge sull’ affiliazione commerciale, se i contenuti sono quelli tipici del contratto di franchising, così come sopra descritti.  Il comportamento, purtroppo non isolato, più che avere conseguenze concrete denota semplicemente  una preoccupante ignoranza della legge e il vano tentativo di sfuggire a norme di tutela assolutamente eque e condivisibili. Al suo posto, cara lettrice, scarterei immediatamente una azienda che manifesta con questo atteggiamento tutta la sua superficialità nell’approccio alla formula, nonché l’intenzione di agire con scarsa trasparenza e di adottare “ scorciatoie” del tutto ingiustificate.

2- Vorrei avviare una attività in franchising,ma prima di farlo mi piacerebbe fare esperienza nello stesso settore come dipendente, tanto per rendermi conto di come funziona. Lei che ne pensa?
Olga Santini

L’intenzione è lodevole. Se si hanno dubbi sul settore o sulla propria attitudine ad una determinata attività può essere utile avvicinarsi gradualmente, con stage presso chi opera già in quel business o impieghi da dipendente. Se però si hanno le idee chiare sul proprio futuro  e si è identificato un franchisor serio e qualificato in quel settore, questo passaggio intermedio può essere superfluo o addirittura controproducente. Superfluo perché uno dei principali doveri del franchisor è proprio quello di trasferire KNOW-HOW, cioè tutta l’esperienza utile a far funzionare l’attività. Controproducente quando lo stage o il lavoro dipendente portano il futuro imprenditore affiliato ad apprendere modalità e approcci all’attività sostanzialmente differenti da quelli previsti nel concept del franchisor.

3 – Perché nel franchising non posso avere nemmeno il mio nome sulla insegna?  In fondo sono io l’imprenditore e l’attività la pago io …
Carlo Puricelli



Tra un nome ed un marchio c’è una differenza abissale in termini attrattività. Un nome sconosciuto al consumatore non dà alcun valore aggiunto all’offerta, casomai ne toglie. Nel franchising il marchio è sostenuto da tutti gli investimenti economici possibili e dai massimi sforzi di tutti, affiliante e affiliati, per aumentarne la notorietà nazionale e locale, incrementandone l’appeal. Se tutti gli affiliati di una rete mettessero il proprio nome al posto del marchio, non ci sarebbe nessuna possibilità di ottenere una notorietà comune e nessuna sinergia possibile negli interventi in ambito di comunicazione, pubblicità e marketing.
       

"L'esperto risponde" - ottobre 2010

L’ESPERTO RISPONDE - tratto da "Millionaire" - ottobre 2010 - di Luca Fumagalli

Luca Fumagalli
1-Vorrei operare in un settore di servizi che mi interessa molto ma che non conosco affatto. Mi hanno proposto un franchising, ma io di questa formula non mi fido, temo la truffa. Molti ne parlano male, parecchi tra i miei conoscenti hanno preso grandi fregature, quasi tutti mi sconsigliano perché dicono che i costi per entrare e per proseguire sono troppo alti rispetto a quello che ricevo effettivamente. Inoltre non capisco perché, se l’attività è mia, di quello che guadagno devo dare percentuali ad altri ….
Corrado Aniello, Benevento

Ho lavorato in una rete in franchising, alle dipendenze di un imprenditore affiliato. Ora che voglio mettermi in proprio in un altro settore, sto cercando il franchising giusto. Da quando ho conosciuto questa formula, non riesco a nemmeno immaginare come si possa avviare una nuova attività senza ricorrere al franchising. Ritengo che i vantaggi concorrenziali che ti può dare sono davvero enormi, a fronte dei piccoli costi di fee d’ingresso e royalties che in genere vengono richiesti. Marchio, know-how, supporto, economie di scala, forza di gruppo sono vantaggi talmente evidenti che mi chiedo come possano esserci ancora piccoli imprenditori che preferiscono buttarsi da soli, allo sbaraglio, sul mercato ….
Carlo Sansovino, Piacenza

Due lettori con esperienze diverse, due facce della stessa medaglia.
Chi ne ha conosciuto esclusivamente il lato oscuro, quello degli pseudo-franchisor, non può che temere questa formula. E’ come certe disavventure da autostoppista: ci si avvicina per chiedere un passaggio, fiduciosi di accorciare la strada e magari di far due chiacchiere in compagnia, ma poi ci si ritrova scaricati a metà percorso in un luogo abbandonato, derubati di tutti i propri averi.
Chi invece ha potuto operare con un marchio serio, con un franchisor qualificato e vincente, sa apprezzare tutti i vantaggi del franchising.
In questo caso ci si sente come i piloti di formula 1: competitivi ai massimi livelli del proprio
settore, preparati e assistiti dai migliori professionisti in ciascun ambito, dotati di mezzi eccezionali, seguiti da un team che ha l’unico scopo di vincere con te.
Il momento fondamentale, il bivio tra queste due opposte esperienze, è costituito dalla valutazione iniziale del franchisor.
Da esperto del settore mi bastano pochi minuti e qualche semplice informazione per  capire se mi trovo in presenza di una azienda seria, in grado di portarmi in formula 1, oppure di qualche balordo pronto a scipparmi i sudati risparmi e a mollarmi in mezzo alla strada.
A qualunque aspirante imprenditore, digiuno di conoscenze in questo campo, occorrono invece un po’ di serio “lavoro a casa” e una mirata indagine sul campo per ottenere gli stessi risultati.
Dal 2004 in Italia c’è una legge che è stata fatta apposta per evitare che si finisca nelle mani degli improvvisatori o dei truffatori.
Basta seguirne le indicazioni e chiedere ai franchisor di fornire la documentazione prevista. Una documentazione ponderosa, che richiede di essere studiata con attenzione.
Ma che permette anche di andare a “toccare con mano” la validità del progetto sia presso l’azienda affiliante, sia presso gli affiliati.
Questi ultimi  hanno già fatto la scelta di sposare un determinato marchio e quindi sono ottimi “segnalatori” della validità o meno di un progetto franchising.
Se tutto ciò non bastasse, ovvero se non ci si ritenesse in grado di effettuare un efficace valutazione della bontà del franchisor e del progetto, è sempre possibile ricorrere all’aiuto di un esperto. Con poche centinaia di euro spese presso consulenti specializzati, si può evitare un errore da decine di migliaia di euro o, all’opposto, si può trovare un buon affare da molte migliaia di euro.
La medaglia è lì: luccicante e vincente da un lato, pericolosa e truffaldina dall’altro.
Il nostro futuro di imprenditori con o senza il franchising è, come sempre del resto, nelle nostre mani.

-2 Sento dire che il franchising è poco conveniente per chi si affilia e che a fare affari sono solo i franchisor. Lei che ne pensa?
Angela La Satta, Messina

Il franchising è una formula che ormai milioni di imprenditori, franchisor e franchisee, hanno utilizzato con successo in tutto il mondo. Funziona nel tempo solo quando nelle condizioni contrattuali c’è un equilibrio tale per cui tutte le parti possono essere soddisfatte dal punto di vista economico.
Se gli affiliati non guadagnano, in breve tempo la rete si sfalda e l’affiliante chiude.
Se viceversa è il franchisor  a non guadagnare, ben presto la rete si trova nella condizione di non poter ricevere i servizi promessi e, anche in questo caso, il progetto fallisce.

-3 Ho deciso di affiliarmi ad un marchio perché ritengo che, non essendo esperto del settore, il franchisor possa aiutarmi a far partire l’attività. Poi però, una volta avviata, vorrei liberarmi dai vincoli e andare avanti per conto mio ….
Riccardo Mori, Imola (Bo)

Se pensa che questa formula le serva solo per iniziare, faccia a meno del franchising, anche perché liberarsi dai vincoli non è mai molto semplice …
In realtà il franchising e molto di più e molto meglio che un corso di formazione per non addetti ai lavori. La dimostrazione viene dal fatto che in un numero sempre più alto di settori le attività indipendenti stanno scomparendo  e quelle in franchising sono in crescita, grazie ad una capacità competitiva enormemente più elevata …